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LA SECONDA BATTAGLIA DI CASSINO

 

La seconda battaglia di Cassino è caratterizzata da un avvenimento che ha fatto versare fiumi di inchiostro in tutto il mondo: il bombardamento e la distruzione della celebre Abbazia. L'antico monastero Benedettino, col suo aspetto di fortezza inespugnabile, era per i combattenti Alleati una presenza minacciosa.

In quel settore del fronte tutto si svolgeva sotto le sua mura bianche e inaccessibili. Gli uomini mandati all'attacco tra bombe e raffiche di mitragliatrici non volevano assolutamente credere che il nemico non se ne servisse; addirittura sembra che il governo neozelandese, che aveva sul fronte di Cassino una divisione di fanteria, minacciasse di ritirare le sue truppe dal conflitto se quel " maledetto edificio non fosse stato distrutto, onde consentire le operazioni senza inutile dispendio di vite umane per gli uomini".

In realtà i tedeschi non si erano mai installati nel monastero, avevano anzi piazzato alcune sentinelle sul portone principale con l'ordine categorico di impedire l'accesso ai militari. Questo picchetto di tre uomini della Feldgendarmerie, la polizia militare tedesca, fu tolto alla fine di Gennaio, ma non sembra che le cose fossero cambiate nelle settimane successive.

"Dopo che il Feldmaresciallo Kesselring ebbe interdetto la zona intorno all'Abbazia" afferma Bohmler, "soltanto i seguenti militari penetrarono nel convento: il Generale Senger nel giorno di Natale 1943 per assistere ad una funzione religiosa nella cripta; il medico di Stato Maggiore Dottor Puppel, Ufficiale Sanitario del 1° Battaglione Paracadutisti con due infermieri, quando, tra il 10 ed il 14 Febbraio fu chiamato dai monaci per curare gli sfollati colpiti da un'epidemia di paratifo.

 L’ultimo soldato tedesco entrato nel convento, prima del bombardamento, fu il Tenente Deiber, anche lui invitato dai monaci.

Questi sono gli unici soldati che hanno varcato la soglia del monastero dopo la delimitazione della zona sacra. Tutte le armi e le postazioni si trovavano fuori dalla zona circoscritta".

Come si arriva allora alla distruzione del monastero? Chi diede l’ordine di bombardarlo? E perché ? Chi è, in definitiva, il responsabile della fine di Montecassino?

Ai primi di Febbraio 1944, quando viene a sapere dagli americani che la collina ove sorge il monastero è la chiave di volta e baluardo dell'intero sistema difensivo tedesco, il Gen. Tuker, comandante della 4ª Divisione indiana, chiede al Servizio Informazioni della V Armata se vi siano informazioni più dettagliate sull'edificio. La risposta è imbarazzata ma sostanzialmente negativa; quelli del servizio non sanno nulla.

Tuker allora salta sulla Jeep e sparisce. Dopo un paio di giorni torna e si mette a tavolino a scrivere un rapporto. In esso, indirizzato al proprio superiore Gen. Freyberg, spiega di essere andato a Napoli e di aver rovistato in molte librerie, trovando alla fine un vecchio libro che dà qualche particolare sulla edilizia del monastero.

Nel rapporto si narra che trattasi di un edificio robustissimo, con mura alte 45 metri e spesse, alla base, almeno tre. Un solo portone di legno massiccio si apre su un androne la cui volta è formata da blocchi di pietra lunghi anche 10 metri. "Montecassino"- continua il rapporto di Tuker - "è quindi una moderna fortezza che deve essere affrontata con mezzi moderni".

Continua ancora Tuker; "I normali mezzi del nostro Genio probabilmente non servirebbero a nulla, possiamo solo affrontarla dall'aria con bombe dirompenti. Anche se non sembra che il monastero sia occupato da una guarnigione tedesca è certo che i resti delle truppe che difendono la posizione lo terranno come ultimo caposaldo".

Tuker, in ultima analisi, considera "essenziale distruggere il monastero per impedire che i tedeschi lo occupino". È importante come ancora non si faccia alcun riferimento certo alla presenza di truppe tedesche all'interno del monastero.

La conclusione del rapporto è molto critica: "Quando si chiama una formazione alla conquista di una postazione simile, si dovrebbe essere prima certi che la si può conquistare con i mezzi dei quali si dispone, senza che si debba andare in giro per le librerie di Napoli a cercare ciò che dovrebbe essere già noto da molte settimane!"

Il giorno 12 Febbraio, il Gen. Freyberg telefona a Gruenther, Capo di Stato Maggiore del Gen. Clark, chiedendo per il giorno 13 l'appoggio dell'aviazione. Quest’ultimo risponde che per quel giorno Clark ha ordinato di concentrare tutta l'aviazione sui cieli di Anzio. La conversazione riprende poco più tardi con una seconda telefonata del Generale neozelandese che testualmente si riporta: "Vuole per favore indicarmi quali sarebbero gli obiettivi da attaccare?" chiede Gruenther. "Io desidero che sia attaccato il convento!" esclama Freyberg. " Vuol dire l’Abbazia?" domanda ancora Gruenther stupito, "Non è nemmeno segnata sulla carta degli obiettivi per l'aviazione!". "Sulla mia è segnata di sicuro!" riprende Freyberg, "Comunque io desidero che venga bombardata! Gli altri obiettivi sono meno importanti, questo invece è vitale. Il Comandante di Divisione incaricato di condurre l'offensiva ( Tuker ) indica che l'Abbazia è un obiettivo essenziale ed io condivido in pieno il suo parere!". Nell’impossibilità di mettersi in contatto direttamente con Clark, Gruenther si rivolge al Gen. Harding, Capo di Stato Maggiore di Alexander, sottoponendogli la richiesta di Freyberg. Nel tardo pomeriggio Harding comunica a Gruenther la decisione di Alexander: "Se il Generale Freyberg ritiene necessario bombardare l’Abbazia, che la si bombardi". Clark ritiene che il giudizio di Freyberg sia avventato (e lo scriverà anche nelle sue memorie), ma al suo ritorno dalla testa di ponte di Anzio il Generale neozelandese gli rinnoverà la richiesta e, a questo punto, il Comandante della V Armata è costretto a cedere.

Il Generale francese Juin confermò, dopo la guerra, che Clark, dopo aver accettato la proposta di Freyberg, si sentiva a disagio. La decisione di bombardare il monastero, che Clark prende a malincuore, è propiziata da una ricognizione aerea compiuta personalmente sull’obiettivo dai Generali Eaker e Devers, che a bordo di un Piper sorvolarono il monastero a bassa quota. Eaker, al ritorno, afferma di aver visto un'antenna sul tetto dell'Abbazia e "soldati tedeschi che ne entravano e uscivano"

Il Gen. Wilson, Comandante dello scacchiere mediterraneo dopo la partenza di Eisenhower, spedisce allora allo Stato Maggiore britannico un telegramma in cui dichiara di avere prove inconfutabili della presenza tedesca nel monastero; essi se ne servono come parte integrante del loro dispositivo difensivo e da esso partono tutti gli ordini sulla direzione del tiro dell'artiglieria nemica.

Chi ebbe ragione in quelle circostanze, i fautori del bombardamento o i protettori delle opere d'arte? Majdalany, nel suo libro su Cassino definisce "oziose" le interminabili discussioni provocate dalla distruzione dell'Abbazia.

Il fatto indiscutibile era che l’edificio era parte integrante di una montagna non soltanto occupata dal nemico, ma fortificatissima. Per il fante, che doveva andare all'attacco, quello che contava era il terreno, e il terreno comprendeva l'edificio.

"A Cassino" scrive ancora lo storico Majdalany, "il fattore predominante era l'osservazione: poco importava che l'Abbazia fosse o meno occupata" ( ! ).

"Era impossibile", aggiunge il Gen. Kippenberger, "chiedere alle nostre truppe di andare all'assalto di una collina sovrastata da un edificio intatto come quello, che poteva ospitare in perfetta sicurezza parecchie centinaia di soldati pronti ad uscire fuori per il contrattacco nel momento più critico. Intatto era un riparo perfetto, demolito diventava un gran mucchio di macerie e di rottami, aperto al fuoco dei cannoni, dei mortai e dei cacciabombardieri: sotto un secondo bombardamento, infine, poteva trasformarsi in una trappola mortale per i suoi difensori".

Tutte queste testimonianze di parte alleata sembrano voler giustificare il fatto che, quella di Freyberg, insomma, era l'unica decisione possibile.

Presa alla fine la decisione, il primo grosso errore compiuto dagli Alleati risiede nel fatto che la responsabilità passò alle Forze Aeree le quali, agendo indipendentemente dall'esercito, prepararono il bombardamento come un’operazione a sé stante, senza coordinarla con l'attacco da terra, il che rappresentava l'unica giustificazione plausibile alla distruzione del monastero.

L'Aviazione, come già detto, procedette quindi per proprio conto ed effettuò il bombardamento prima che la Divisione indiana fosse pronta per l’attacco che tale azione aerea doveva appoggiare.

Così il bombardamento, quando avvenne, scatenò la sua furia nel vuoto, in maniera tragica e distruttiva; non servì a nulla... non giovò a nessuno.

Il 15 Febbraio 1944 alle 9.15, dopo un paio di rinvii dovuti alle pessime condizioni atmosferiche ed un lancio di volantini tramite granate d’artiglieria per avvertire la popolazione civile, circa 250 bombardieri tra pesanti e medi, partiti dalle loro basi a Brindisi, sganciarono su Montecassino circa 500 tonnellate di bombe.

L’incursione durò tutta la mattinata in più ondate. Si tratta, per gli Alleati, di un operazione totalmente nuova, in quanto è la prima volta che si chiamano le "fortezze volanti" dell'aviazione Strategica a cooperare con i bombardieri medi in un azione a sostegno della fanteria.

Solo il dieci per cento dei velivoli, sorvolando la montagna ad alta quota, centrano il bersaglio, ma anche così i danni sono ingenti. Molte bombe cadono lontane dal bersaglio ed alcune addirittura nelle linee alleate, come quelle che caddero sul paese di Cervaro, uccidendo 24 soldati inglesi ricoverati in un ospedale da campo.

Christopher Buckley, un corrispondente di guerra britannico, ha così descritto la scena: "Quando il sole è tornato a splendere nel cielo e le nuvole di fumo si sono diradate, non ho visto grandi cambiamenti nella sagoma del Monastero. Qua e là si notava una breccia nel muro, una finestra appariva più grande del normale, il tetto appariva irregolare e dentellato; ma in sostanza l'edificio continuava a stare in piedi, dopo ore e ore di bombardamento aereo".

Poco prima delle 14.00 giunge un'altra ondata di bombardieri medi che vengono a dare il colpo di grazia: "Si sono buttati in picchiata, un attimo dopo una vivida fiammata si è alzata da una decina di punti. Poi una colonna di fumo alta oltre 150 metri si è levata al cielo. Per quasi cinque minuti è rimasta sospesa sull’edificio, assottigliandosi a poco a poco in uno strano e sinistro arabesco. Poi il fumo si è fatto più rado ed infine è svanito. Stavolta la sagoma dell'Abbazia era mutata; il muro occidentale era totalmente crollato".

L'ironica conseguenza del bombardamento di Montecassino è che, sul piano tattico, esso si tradusse in un vantaggio enorme per i tedeschi. Quando infatti l'Abbazia divenne un solo grande mucchio di rovine, i paracadutisti della 1ª Divisione si sentirono oramai autorizzati ad impossessarsene e si trincerarono tra le macerie e nei sotterranei.

All'attacco sulla Testa del Serpente, qualche ora dopo, vanno questa volta gli indiani della 4ª Divisione: volontari ardimentosi che si fanno fare a pezzi per conquistare un palmo di terreno nemico.

Giù nella valle intanto, sotto una cortina fumogena costata oltre 30.000 proiettili, il 28° Battaglione di Maori neozelandesi riesce a catturare la stazione ferroviaria, ma ne viene scacciato subito dopo dai carri armati tedeschi, perdendo oltre 130 uomini dei 200 che avevano iniziato l'azione. Sembra inoltre che molti dei proiettili fumogeni tirati dall’artiglieria alleata siano letteralmente "caduti in testa" agli indiani che si trovavano sulle prime pendici delle alture a ovest di Cassino.

Dopo tre giorni di duri combattimenti, tutti gli attacchi, tre verso l’Abbazia ed uno verso la città di Cassino, vengono respinti con gravi perdite da parte degli Alleati.

La seconda battaglia di Cassino termina così il 18 Febbraio 1944 con un nuovo successo dei difensori; per gli attaccanti invece l’unico vantaggio conseguito è un ponte sul fiume Rapido. Sui monti di Cassino, nell’inverno del 1944, i soldati del più potente esercito del mondo imparano a loro spese che in determinate circostanze un mulo può valere più di dieci carri armati.

Ai primi di Marzo, il maltempo provoca un'interruzione generale delle operazioni nella Campagna d’Italia; entrambi gli avversari sono impantanati nel fango.

In questo momento gli Alleati hanno nella penisola circa 20 Divisioni, ma le perdite sono state elevate. I tedeschi invece ne hanno circa 18 a sud di Roma ed altre 5 nel Nord Italia, ma anche i loro uomini ed i loro mezzi sono stanchi e logori.

Tuttavia, mentre i secondi devono solo badare a difendersi, i primi, ligi alle direttive che impongono alle armate in Italia di tenere impegnate quante più forze tedesche possibile, sono costretti ad attaccare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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