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LA TERZA BATTAGLIA DI CASSINO

 

I preparativi per la terza battaglia di Cassino iniziano quindi subito dopo lo scacco di Febbraio.

I Generali Alleati, alle prese con quella maledetta montagna inespugnabile, non sanno pensare ad altro che ad un altro attacco frontale da Nord verso il monastero e la città. Il "nuovo piano” non entusiasma nessuno, tant’è che, il 28 Febbraio, il Gen.Clark dichiara a pochi intimi che vi sono solo il 50% di possibilità di riuscita L'operazione, detta in codice "Dickens" sarebbe dovuta iniziare il 24 Febbraio con una prima fase comprendente il bombardamento della città di Cassino.

Il maltempo costringe gli Alleati a continui rinvii ed il bombardamento che sarebbe dovuto avvenire alla frase in codice "Bradman batte" non può essere realizzato. Per 21 giorni consecutivi, mentre crescono il nervosismo e la tensione, Bradman non batte, dimostrandosi un pessimo giocatore.

Solo alle 08.30 del 15 Marzo, da un cielo finalmente sereno, circa 500 bombardieri tra pesanti e medi possono rovesciare su Cassino, che a quel tempo misurava quanto un rettangolo di 1400 per 400 metri, mille tonnellate di bombe in poco più di tre ore.

Il pesante bombardamento aereo distrugge completamente la città; poi, sulle macerie ancora fumanti e sui pochi edifici ancora in piedi, 900 pezzi di artiglieria, compresi tre pezzi ferroviari italiani, serviti da nostri soldati, aprono il fuoco.

"Mi sembra inconcepibile" dirà più tardi Alexander, "che dei soldati potessero rimanere vivi dopo un simile, terribile martellamento dall’aria e da terra, durato oltre otto ore".

Con grande sorpresa e sollievo del presidio del monastero, l'Abbazia non viene bombardata. "Fu un grande errore" osserva Bohmler "perché le volte ed i soffitti che erano rimasti in piedi non avrebbero resistito ad un nuovo bombardamento. I difensori sarebbero rimasti bloccati per molto tempo e gli indiani avrebbero potuto conquistare senza molta fatica il monte di S. Benedetto".

Il prezzo comunque è stato alto, le bombe cadute su Cassino hanno distrutto tutte le armi pesanti tedesche e decimato i paracadutisti asserragliati negli edifici. Solo una compagnia, rifugiatasi all’inizio del bombardamento in una grotta sotto la collina della Rocca Janula, si salva al completo e sono proprio i suoi effettivi a bloccare l’avanzata neozelandese, i quali entrano nella città baldanzosi e pronti a scommettere di non trovare vivi nemmeno i topi in quella che, una volta, fu la ridente Cassino.   

La città, dopo il bombardamento, è un solo, immenso, fumante mucchio di macerie. Mentre gli uomini a piedi possono avanzare, i carri armati, vitali per stanare i suoi difensori, sono costretti ad arrestarsi davanti ai profondi crateri scavati dalle bombe. Con un coraggio eccezionale, che valse loro il nomignolo di "Diavoli Verdi", combattendo di rudere in rudere, i pochi paracadutisti tedeschi rimasti vivi nella città bombardata respingono l'attacco. Il tempo oltretutto, rimessosi nuovamente al brutto, dà loro una mano e ben presto la pioggia torrenziale trasforma i crateri in laghetti e le macerie delle case in pantani. "Al bombardamento" scrive Majdalany, "si era fatto seguire un attacco troppo debole, e questo errore sarebbe stato pagato caro".

Intanto, sulle colline, un battaglione di "Gurka", i vecchi guasconi dell’Armata indiana, è riuscito a spingersi con gravi perdite fino a 225 metri dal monastero. Gli indiani avanzano in pieno inverno senza cappotto per essere più leggeri. I tedeschi li inchiodano sul costone antistante l'Abbazia e ve li tengono per otto giorni e otto notti.

Viene tentato allora un attacco di mezzi corazzati partendo da una mulattiera, appositamente allargata, che arriva dritta fino alle spalle del monastero, passando per la vecchia fattoria Albaneta. Gli Alleati sono molto fiduciosi in quest'azione perché, se si riuscirà a far giungere mezzi corazzati fino in prossimità del monastero i tedeschi non avranno modo di fermarli....o almeno così credono.

L'attacco sorprende il nemico ma non riesce a volgerlo in fuga. Messo fuori combattimento il primo carro della fila, gli altri carri rimangono bloccati su un terreno difficile e divennero facili bersagli per i pezzi controcarro tedeschi.

Nella terza battaglia di Cassino, gli Alleati persero 1050 uomini della Divisione neozelandese, 1160 della Divisione indiana e 190 della 78ª Divisione britannica.

L'eco delle innumerevoli difficoltà alleate nel prendere Cassino giunge fino in Inghilterra, dove Churchill non nasconde la sua stizza.

Ad Alexander scrive: "Desidero mi spieghiate come mai questa vallata presso la collina dell'Abbazia di Montecassino, larga appena tre chilometri, rappresenti l'unico fronte contro cui dovete continuamente cozzare. Ormai sono state logorate ben cinque Divisioni. Per la verità io non conosco il terreno e le posizioni da cui si combatte, ma guardando le cose da lontano vien fatto di chiedersi come mai il nemico non possa essere attaccato sui fianchi, invece che nel punto ove egli offre la massima resistenza. È molto difficile capire perché questa posizione così potentemente fortificata sia l'unico varco che consenta di avanzare e perché, una volta assodato che risulta militarmente inaccessibile, non si possa guadagnare terreno sui due lati "

La risposta di Alexander è una lucida ricapitolazione di tutti i fattori che dalla metà di Gennaio hanno influito negativamente sul corso delle operazioni. "I tentativi di aggirare la montagna da nord sono falliti a causa dei profondi burroni, delle scarpate rocciose e delle creste affilate che consentono la manovra solo a reparti relativamente piccoli di fanteria, rifornibili con muli e portatori. Un più ampio movimento aggirante sarebbe ancor più difficile per il motivo che in tal caso si sarebbe dovuto superare il Monte Cairo, dai fianchi ripidissimi e per giunta coperto da una spessa coltre di neve. L'aggiramento da Sud, attraverso il Rapido, è reso impossibile dalle inondazioni, dal terreno paludoso e dalla mancanza di strade; per di più la traversata del Rapido a sud di Cassino, come già dolorosamente sperimentato dagli Americani, andrebbe compiuta sotto il potentissimo tiro dell’artiglieria nemica in postazione ai piedi delle montagne".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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