|
15 FEBBRAIO 1944:
MORTE DI UN'ABBAZIA
Ancora oggi quel bombardamento fa parlare di sé e numerosi sono
gli storici, i ricercatori e i semplici appassionati che mettono
sul tavolo le proprie motivazioni sull’opportunità o meno di
pianificarlo e realizzarlo.
Le cose viste con gli occhi (ma soprattutto con le conoscenze)
di oggi fa fanno apparire quell’evento come del tutto insensato
e apparentemente privo di qualsivoglia utilità tattica; ma per
capire davvero cosa accadde e perché, bisogna pensare con la
mente del 1944, cercare di calarsi nei panni dei comandanti sul
campo, di chi ordinava a migliaia di soldati di andare
all’attacco su un terreno impossibile e con un clima proibitivo
contro posizioni fortificate e munitissime.
Allora, e solo allora, forse riusciremo davvero a capire cosa
mosse i vertici militari di quel tempo a prendere quell’infausta
decisione.
Al 10 di febbraio, con i francesi bloccati sul colle Belvedere,
i britannici fermi sulla costa e gli americani impantanati nella
valle del Rapido o inchiodati sul monte Castellone e la Testa
del Serpente, appare chiaro che il primo tentativo di
conquistare la roccaforte tedesca, rappresentata dalla città di
Cassino e dalle quote circostanti, sta fallendo. Ci sono state
perdite ingenti da parte delle truppe impegnate nelle prime
operazioni di sfondamento della Linea Gustav, così l'alto
comando Alleato decide di gettare nella mischia forze fresche.
La 2ª divisione di fanteria neozelandese e la 4ª indiana vengono
trasferite dall'VIII alla V Armata, formando il Corpo d'Armata
neozelandese. La nuova unità da il cambio al II Corpo americano,
rilevando gli stremati uomini della 34ª (4ª divisione indiana) e
della 36ª divisione statunitensi (2ª divisione neozelandese).
Il compito di condurre il nuovo attacco contro la Gustav viene
assegnato ad un militare di ferro: il generale Cyrill Freyberg,
nominato recentemente comandante del Corpo d'Armata
neozelandese. E' un uomo autoritario, con una reputazione di
alto prestigio conquistata fin dai tempi della Prima guerra
mondiale.
Ha comandato le truppe britanniche nell'isola di Creta, durante
l'attacco tedesco del 1941, successivamente ha dato ottima prova
di sé durante le battaglie nel deserto nordafricano.
Il suo piano prevede che la 4ª divisione indiana conquisti Quota
593, partendo dalla testa di ponte americana sulla montagna, ed
attacchi Montecassino.
Contemporaneamente, la 2ª divisione neozelandese deve sfondare
sul fiume Rapido e, seguendo la linea ferroviaria, impadronirsi
della stazione per permettere subito dopo di irrompere nella
vallata del Liri.
A questo punto però, sorge il problema del Monastero. Freyberg
intuisce tra le sue truppe un certo nervosismo dato da
quell'enorme edificio in cima alla collina che domina Cassino. A
tale impressione generale, si aggiunge inoltre il fatto che gli
ultimi rapporti provenienti dalle unità americane impegnate
sulle alture circostanti, danno la collina dell'Abbazia come la
chiave di volta e baluardo dell'intero sistema difensivo
tedesco.
Il generale Tuker, comandante della 4ª divisione indiana che
deve sferrare il prossimo attacco contro Montecassino, chiede al
Servizio Informazioni della V Armata notizie dettagliate
sull'Abbazia e, con grande sorpresa, si sente rispondere che non
ve ne sono.
Di propria iniziativa quindi, si reca a Napoli e comincia a
cercare tutto quanto può essergli utile a conoscere la reale
natura del suo prossimo obiettivo. Trova in una vecchia libreria
un volume descrittivo sull'edilizia del Monastero e comincia a
studiarlo.
Ciò di cui viene a conoscenza lo lascia interdetto; fino ad
allora aveva certamente intuito che quella costruzione fosse
molto solida, ma non si sarebbe aspettato di leggere che è
addirittura "un
edificio robustissimo, con mura alte 45 metri e spesse alla base
almeno tre. Vi si accede da un unico ingresso, attraverso un
androne la cui volta è formata da blocchi di pietra lunghi anche
10 metri".
Tornato a Cassino, prepara un rapporto dettagliato per il
proprio superiore, generale Freyberg, dove si può leggere
testualmente che "Montecassino
è una fortezza moderna che deve essere affrontata con metodi
moderni. I normali mezzi del nostro Genio probabilmente non
servirebbero a nulla, possiamo solo affrontarla dall'aria con
bombe dirompenti. Anche se non sembra che il Monastero sia
effettivamente occupato dai tedeschi, è certo che i resti delle
truppe che difendono la posizione non esiterebbero ad usarlo
come ultimo caposaldo. E' importante quindi, distruggere
l'Abbazia per impedire che il nemico la occupi".
Il rapporto si conclude poi con una nota molto critica, che
rappresenta una sferzata contro il Servizio Informazioni
Alleato: "Quando
si chiama una formazione alla conquista di un obiettivo simile,
si dovrebbe essere prima certi che lo si possa prendere con i
mezzi dei quali si dispone, senza che si debba andare in giro
per le librerie di Napoli a cercare ciò che dovrebbe essere noto
da molte settimane".
La conclusione del rapporto di Tuker è molto importante per
un'attenta analisi storica sull'avvenimento. Egli non considera
il Monastero occupato dai tedeschi, tuttavia ne suggerisce la
distruzione come azione "preventiva", tesa ad evitare che lo
stesso si trasformi in una formidabile posizione difensiva per i
tedeschi.
E' sintomatico notare che proprio il bombardamento creerà quella
"formidabile posizione difensiva" che si vuole a tutti i costi
evitare, anche al prezzo di distruggere un importante edificio
dall'elevato valore storico, religioso e culturale come
l'Abbazia di Montecassino.
Subentrano a questo punto problemi relativi all'autorizzazione
di un'operazione del genere; fin da quando gli Alleati hanno
messo piede in Sicilia infatti, si è sempre considerato da parte
Alleata che l'Italia è un Paese ricco di opere d'Arte, di
monumenti e di edifici dall'alto significato storico e
religioso.
Di conseguenza, le direttive di Eisenhower imponevano già dal
luglio 1943 una condotta improntata al massimo rispetto, onde
evitare la loro inclusione all'interno di operazioni militari
che potessero provocarne la distruzione.
Stavolta però c'è di mezzo un'importante operazione, tesa a
spianare la via per Roma; si tratta di superare Cassino, portare
aiuto alla testa di ponte di Anzio, minacciata di annientamento,
ed entrare nella Capitale d'Italia.
Ha inizio il valzer delle telefonate, dalla cui confusione si
può capire quanto la questione sia diventata spinosa.
Freyberg chiama il Capo di Stato maggiore di Clark, generale
Gruenther, e chiede il bombardamento dell'Abbazia; Gruenther a
sua volta non può autorizzare una cosa del genere e tenta di
mettersi in contatto con il suo superiore, che però si trova ad
Anzio e non può essere rintracciato.
Chiama allora il generale Harding, Capo di Stato Maggiore del
generale Alexander (comandante delle forze Alleate in Italia) e
poi, finalmente, riesce a mettersi in comunicazione con Clark.
Quest'ultimo riferisce che non vede motivo di bombardare il
Monastero, ma che tuttavia ritiene corretto conferire con
Alexander per esporgli il proprio punto di vista. Poco più
tardi, Gruenther parla anche con il generale Keyes, comandante
del II Corpo americano, il quale conferma che a suo parere il
bombardamento dell'Abbazia è inutile, perché una volta distrutta
questa sarebbe stata certamente trasformata in una fortezza.
Keyes informa inoltre Gruenther che, secondo informazioni in suo
possesso, all'interno dell'edificio si trovano circa 2000
profughi civili.
Più tardi, Harding richiama Gruenther, e lo informa che il
generale Alexander è favorevole al bombardamento se Freyberg
ritiene davvero questo una necessità militare.
Gruenther ribatte che il generale Clark è molto perplesso
sull'effettiva utilità di un'azione del genere, ma la risposta
di Harding è lapidaria: "Il
generale Alexander ha comunicato il suo punto di vista in
maniera molto chiara. Si rammarica molto che il Monastero debba
essere distrutto, ma non vede altra alternativa".
Apprendendo questa risposta Clark comunica che, nonostante non
sia d'accordo con il bombardamento, egli si rimette al giudizio
di Freyberg e chiede di poter parlare con Alexander appena
possibile.
Freyberg rimane della propria idea: Montecassino è un obiettivo
militare e chiunque si opponga al progetto di bombardarlo deve
assumersi la responsabilità di un eventuale fallimento del
successivo attacco di terra.
Allo scopo di accertare se le truppe tedesche sfruttino
effettivamente l'Abbazia a scopi difensivi, il giorno 13 il
generale Eaker, comandante delle Forze Aeree Alleate del
Mediterraneo, sorvola Montecassino con un L4 assieme al generale
Devers.
Il piccolo velivolo riesce a volare indisturbato sulle mura
dell'Abbazia a meno di 50 metri di altezza. Entrambi gli
ufficiali riferiscono di aver visto almeno l'antenna di una
stazione radio all'interno del Monastero e soldati nemici
entrare ed uscire dall'edificio.
Dal momento che ciò sembra confermare l'esigenza militare del
bombardamento, il generale Wilson (comandante delle forze
Alleate del Mediterraneo) sottoscrive quel giorno stesso
l'ordine di distruggere dal cielo l'Abbazia.
La stessa mattina, Alexander telefona a Clark, e chiede
chiarimenti sulla sua disapprovazione circa l'azione aerea su
Montecassino.
Clark conferma la propria idea avversa, portando le sue
motivazioni inerenti al valore storico e religioso
dell'edificio, specificando inoltre che al suo interno si
trovano numerosi civili. Alexander, pur comprendendo tutto ciò,
ribatte che "se
Freyberg ritiene che il Monastero debba essere bombardato, il
Monastero sarà bombardato".
A rinforzare la schiera dei contrari al bombardamento, giungono
a turno anche i generali Ryder e Juin, ma ormai la decisione è
già presa; Montecassino sarà distrutta, in quanto obiettivo
militare a tutti gli effetti.
Sono quindi diramati gli ordini necessari all'arretramento della
4ª divisione indiana nella notte tra il 14 ed il 15 febbraio,
onde evitare che venga coinvolta nel bombardamento dell'Abbazia.
Inspiegabilmente, si decide che questa ritorni sulle proprie
posizioni solo nella mattina del 16; un giorno dopo l'incursione
quindi.
Questo dettaglio, apparentemente poco importante nell'ambito di
una vicenda così tragica, si rivelerà molto importante nel corso
dei combattimenti che si svilupperanno in quei giorni.
Parallelamente, per mezzo di apposite granate, vengono lanciati
sulla montagna migliaia di manifestini per avvertire i monaci ed
i civili (e involontariamente anche i tedeschi, che sono tutto
intorno all'Abbazia) dell'imminente pericolo, con l'invito a
sgombrare l'intera area del Monastero.
Nessun volantino cade entro le mura del Monastero, ma un
rifugiato civile ne raccoglie uno trovato sulla montagna e lo
consegna, correndo qualche rischio, all'Abate.
L'anziano prelato, che ormai da settimane vede le granate cadere
sempre più vicine (alcune colpiscono anche l'Abbazia), chiede al
comando tedesco di poter usufruire in sicurezza di una vecchia
mulattiera che porta verso la valle, onde permettere
l'evacuazione loro e dei numerosi civili che si trovano nel
Sacro edificio.
I tedeschi acconsentono, ma comunicano che il tutto non potrà
avere inizio prima dell'alba del 16 febbraio.
Quello che tutti ignorano sul colle in quel momento, è che il
bombardamento, originariamente fissato per il 13 e poi per il
14, è stato rimandato alla mattina del 15.
Poco dopo le 9.30 del 15 febbraio, diciannove ore prima che
l'Abbazia venga evacuata secondo gli accordi presi tra l'Abate
ed i tedeschi, il primo di 250 aerei da bombardamento giunge
sulla verticale di Montecassino.
Le varie ondate colpiscono principalmente durante la mattina,
ma altri aerei fanno la loro comparsa anche durante il resto
della giornata. Quel giorno, circa 500 tonnellate di alto
esplosivo distruggono praticamente il Monastero, riducendo in
briciole secoli di cultura e di storia.
Tra le ondate dei bombardieri si inserisce, per contribuire
alla distruzione, anche l'artiglieria. Uno dei più massicci
concentramenti viene effettuato alle 10.30, quando il II Corpo
Alleato spara sull'obiettivo 266 granate di vario calibro (203,
240, 155 e 105 mm).
Il cannoneggiamento successivo all'azione degli aerei, è con
molta probabilità il principale responsabile della maggior parte
delle vittime tra gli sfollati quella mattina. Molti civili
infatti, terrorizzati dall'azione delle bombe lanciate dai
velivoli, si portano fuori dall'Abbazia, cercando scampo lungo
gli scoscesi pendii del colle. Qui, totalmente allo scoperto,
vengono colpiti dal fuoco dell'artiglieria (si stima che i morti
tra gli sfollati quella mattina, siano calcolabili tra le 200 e
le 250 unità).
Il bombardamento del 15 tuttavia non è il solo, contrariamente a
quanto normalmente si pensa, a colpire il Monastero. Il giorno
successivo, più di 100 aerei del tipo P-40 e P-51 sganciano
altre bombe; nel pomeriggio stesso, 48 cacciabombardieri
colpiscono il colle dell'Abbazia con altre 24 tonnellate di
bombe, mentre nel corso del 17 febbraio, altri 59
cacciabombardieri sganciano 23 tonnellate di bombe nell'area di
Montecassino.
L'azione aerea tuttavia non brilla per precisione; alcuni dei
bombardieri infatti scambiano Cervaro per Cassino (colpendo un
ospedale da campo inglese ed uccidendo 24 soldati ricoverati),
altri ancora mancano il bersaglio anche di 1.000 metri,
centrando le unità indiane sui rilievi immediatamente a nord del
Monastero stesso, che nel frattempo erano arretrate proprio per
non incappare in incidenti simili.
In definitiva, si calcola che solo un numero compreso tra il 10
ed il 30% di velivoli colpì effettivamente il colle del
Monastero.
Sebbene anche oggi, nell'epoca delle "bombe intelligenti" e
delle operazioni militari denominate "chirurgiche", possa
apparire quantomeno singolare il verificarsi di certi errori,
occorre specificare che il bombardamento dell'Abbazia di
Montecassino, deciso da comandanti di truppe di terra, fu una
questione gestita totalmente "in proprio" dall'aviazione, e come
tale non riuscì ad integrarsi perfettamente con la realtà e le
esigenze del campo di battaglia.
Per quanto riguarda gli errori di mira, si deve tenere presente
il fatto che quello era il primo tentativo di cooperazione tra i
bombardieri medio-pesanti e fanteria. I primi si trovarono a
colpire non un'area, bensì un obiettivo preciso, che seppur di
grosse dimensioni era comunque minuscolo se paragonato, ad
esempio, ad una città o ad un insediamento industriale.
UN TESTIMONE
RACCONTA...
Christopher Buckley, corrispondente di guerra britannico, era
presente la mattina del 15 febbraio 1944 al bombardamento
dell'Abbazia di Montecassino. Egli ricorda:
"Quando il sole è tornato a splendere nel cielo e le nuvole di
fumo si sono diradate, non ho visto grandi cambiamenti nella
sagoma del Monastero. Qua e là si notava una breccia nel muro,
una finestra appariva più grande del normale, il tetto appariva
irregolare e dentellato; ma in sostanza l'edificio continua a
stare in piedi, dopo ore e ore di bombardamento aereo".
Poco prima delle 14.00, giunge un'altra
ondata di bombardieri medi a dare il colpo di grazia: "Si sono
buttati in picchiata, un attimo dopo una vivida fiammata si è
alzata da una decina di punti. Poi una colonna di fumo alta
oltre 150 metri si è levata al cielo. Per quasi cinque minuti è
rimasta sospesa sull' edificio, assottigliandosi poco a poco in
uno strano e sinistro arabesco. Poi il fumo si è fatto più rado
ed infine è svanito. Stavolta la sagoma dell'Abbazia era mutata;
il muro occidentale era totalmente crollato".
Quella che era stata pianificata come una vera e propria "azione
risolutrice" si rivelò ben presto invece un brutto pasticcio.
Le bombe dell'aviazione Alleata (o almeno quelle che centrarono
la collina dell'Abbazia) si concentrarono quasi esclusivamente
sulla costruzione, lasciando praticamente illese tutte le
principali postazioni tedesche intorno.
Ma il contrattempo più grande è rappresentato dal fatto che si
verificarono anche alcuni problemi nella comunicazione dei piani
a tutte le unità impegnate nell'azione; basti pensare, ad
esempio, che la 4ª divisione indiana era certa che il
bombardamento non si sarebbe svolto prima del 16 febbraio, tanto
è vero che il suo comandante nel momento dell'incursione si
trovava ad una riunione con altri ufficiali del suo staff. Uno
di questi ebbe a dire, relativamente allo svolgersi
dell'incursione e al lancio dei famosi volantini: "Lo
hanno detto a tutti..ai monaci, ai civili, ai tedeschi..ma non
l'hanno detto a noi!"
Quest'ultimo fatto provocò la mancata sincronizzazione tra il
bombardamento stesso e l'attacco di terra al colle del
Monastero, il quale poté essere sferrato (oltretutto in misura
ridotta rispetto a quanto ideato originariamente) solo nella
notte tra il 15 ed il 16 febbraio, ovvero più di dodici ore dopo
la distruzione dell'Abbazia.
In quell'intervallo prezioso di tempo, i paracadutisti tedeschi
(appena sfiorati dal bombardamento), uscirono dai rifugi e
occuparono le postazioni provvisoriamente abbandonate dalle
unità indiane (due giorni dopo, il 17 febbraio, appena partito
l'Abate, i monaci ed i civili scampati all'incursione, essi si
impossessarono anche delle rovine, facendone una validissima
posizione difensiva).
Quando le truppe della 4ª divisione indiana finalmente si
mossero, ormai era troppo tardi: l'effetto sorpresa era svanito
e i Rajput del generale Tuker andarono all'assalto sotto il
fuoco micidiale dei paracadutisti tedeschi ormai padroni della
collina e delle rovine del Monastero.
Termina così, il 18 febbraio, la seconda battaglia di Cassino.
Quattro giorni di durissimi combattimenti non hanno portato a
nulla, se non ad uno sparuto ponte sul Rapido, la cui zona viene
però tenuta costantemente sotto tiro dall’artiglieria tedesca.
Il prezzo pagato è stato altissimo: un’Abbazia secolare rasa al
suolo e un migliaio di soldati morti o feriti, così come pure
molti civili innocenti.
E i tedeschi sono ancora lassù.. abbarbicati alla loro Linea
Gustav.
Ancora oggi il bombardamento dell'Abbazia di Montecassino è un
evento storico che fa scorrere fiumi di inchiostro e di parole.
Autorevoli storici di fama nazionale ed internazionale hanno
tentato (e tentano tuttora) di spiegare i motivi e le
ripercussioni che un gesto del genere ebbe nell'economia della
battaglia e non solo in quella.
E' certo che il raid aereo sollevò non poche questioni dall'una
e dall'altra parte in lotta: ai tedeschi quasi non sembrò vero
di cavalcare la tigre della propaganda, dipingendo gli
anglo-americani come "barbari" senza alcun rispetto per la
religione, per la storia e per l'arte europea. Per una volta
erano loro quelli che potevano definirsi "i buoni", quelli che
avevano salvato i tesori d'arte dell'Abbazia mettendoli al
sicuro dalla distruzione (che poi alcuni di essi fossero finiti
a Karinhall, nella residenza privata di Hermann Goering, questo
è un altro discorso).
Per contro, gli Alleati dovettero di certo temere nell'immediato
la possibilità di una reazione di biasimo da parte delle
comunità cattoliche in patria e, soprattutto, del Vaticano. C'è
da dire, ad onor del vero, che entrambi ci furono, ma niente che
non potesse essere messo a tacere dietro le onnipresenti
"necessità militari" di un conflitto che era mondiale e non
locale.
Come sempre, in definitiva, si creò quello stacco netto tra chi
la guerra la faceva davvero e chi invece la viveva da lontano
attraverso le pagine dei giornali: i primi erano pericolosamente
convinti di avere la mano libera in qualsiasi decisione (un pò
come accade oggi del resto), mentre i secondi aggrottavano le
sopracciglia di fronte alle notizie dal fronte di morti e
distruzioni.
Sostanzialmente, dopo più di sessant'anni, i fatti e le idee
sono abbastanza chiare per poter tirare le somme dell'"Affare
Montecassino" sgombrando il campo da tante voci (molte
addirittura fantasiose, come quella relativa al fatto che il
bombardamento fu voluto dai poteri religiosi forti non cattolici
per colpire uno dei simboli della cristianità) che, specie negli
anni cinquanta, nacquero attorno alla vicenda.
C'ERANO
TEDESCHI NEL MONASTERO?
No, all'interno del Monastero prima del 15 febbraio non c'erano
tedeschi, né mai vi furono installazioni militari della
Wehrmacht. Gli unici appartenenti all'esercito di Hitler che vi
fecero ingresso furono, nell'ordine: il generale von Senger
(comandante del XIV Corpo Corazzato) per una visita di cortesia
all'Abate e per visitare l'Abbazia; il colonnello Schlegel e il
capitano Becker per dirigere le operazioni di evacuazione dei
tesori d'arte; alcuni medici militari della Luftwaffe e, poco
prima della distruzione, gli interlocutori che dovevano trattare
con l'Abate la tregua al fine di consentireai civili di
abbandonare il Sacro edificio.
Il famoso "limite dei 300 metri" entro il quale, per ordine
tedesco, era impossibile per ogni militare accedere non fu
sempre rispettato, tuttavia l'ingresso dell'Abbazia non fu mai
varcato, tranne che nei casi appena esposti.
C'è da dire però che in alcune grotte scavate alla base
dell'immensa struttura c'erano soldati germanici, alcuni dei
quali furono catturati dagli americani della 34ª divisione nelle
primissime fasi della battaglia.
Ancora oggi non è chiaro a quali antenne radio si riferisse il
generale Eaker quando sorvolò il Monastero, così come non è
chiaro perché il generale Tuker, pur avendo effettivamente il
dubbio che il Monastero fosse occupato o meno, decise comunque
di insistere presso il suo superiore Freyberg affinché
l'incursione avesse luogo.
IL
BOMBARDAMENTO POTEVA ESSERE EVITATO?
Questa è forse la domanda a cui è più difficile dare una
risposta e personalmente mi trovo sempre in difficoltà quando
vengo interrogato al proposito.
Personalmente sono convinto che la sorte di Montecassino fosse
segnata fin da quando fu presa la decisione di erigere la Linea
Gustav: fu quello il vero atto che ne decretò la fine, il
bombardamento rappresenta solo "la mano" che fece ciò che "la
mente" l'aveva portata a fare. Tale mia affermazione magari farà
storcere il naso a molti, sinceramente però mi è difficile
pensare ad un Monastero intatto da febbraio fino a maggio, con i
combattimenti che infuriarono tutto intorno e, soprattutto, con
l'accanimento con cui questi furono portati avanti.
Il bombardamento del 15 febbraio fu una cosa atroce perché la
distruzione arrivò dal cielo in una sola mattinata.. ma
immaginiamo per un attimo lo stillicidio di colpi lunghi, o
corti, di tiri errati o intenzionali che avrebbero certamente
colpito l'Abbazia in quei mesi (e molti lo fecero anche prima
del 15 febbraio, come si può leggere nel volume "Inferno a
Cassino", di H. Bond o nel famoso diario di Grossetti e
Matronola).
Quella costruzione, lassù in alto, attirava lo sguardo di tutti
da qualsiasi parte della valle ci si trovasse; a ciò si aggiunga
che all'epoca non era davvero possibile sapere per certo "cosa",
ma soprattutto "chi" vi si trovasse all'interno (oltre ai
monaci, beninteso).
Forse sarebbe servita a qualcosa una dichiarazione pubblica da
parte dei tedeschi sull'intenzione di non fare del Monastero una
postazione difensiva; in questo caso essi avrebbero, come dire,
"giocato di anticipo" e sarebbe stato poi difficile per gli
Alleati sostenere la tesi sull'ineluttabilità del bombardamento
quando la parte avversa avrebbe potuto affermare: "io lo avevo
detto".
Tale dichiarazione non arrivò (e non si può dire che i tedeschi
non si aspettassero un raid sul Monastero, altrimenti non ne
avrebbero salvato i tesori), per cui si rimane nel campo delle
ipotesi.
In sostanza ritengo che l'incursione sul Monastero fu qualcosa
di terribile, da condannare senza ombra di dubbio (peraltro
pianificata e realizzata in maniera alquanto pedestre), ma anche
qualcosa che nell'ambito di un conflitto come quello può essere
compresa a livello di decisione.
COSA NON
FUNZIONO'?
La risposta a questo quesito è senz'altro più semplice: non
funzionò nulla. Non vi fu cooperazione tra le truppe di terra e
le forze aeree perché quando queste ultime ricevettero
l'incarico di eseguire il raid portarono avanti la preparazione
in modo del tutto autonomo, senza curarsi minimamente di sapere
se i fanti potevano entrare in azione immediatamente dopo
l'incursione (io ho anche il dubbio circa se i pianificatori
dell'aviazione sapessero esattamente "dove" fossero i fanti
della 4ª divisione indiana) e, cosa più importante, senza
conoscere "i ritmi" della fanteria di allora su un terreno del
genere.
Montecassino fu la prova lampante di quanto fosse ancora agli
albori la tattica congiunta aviazione/fanteria presso gli
Alleati, i quali erano maestri nel far intervenire cinque o
dieci caccia in appoggio tattico ad un'unità di fanteria
inchiodata da una mitragliatrice, così come sapevano spianare
intere fabbriche o città durante i raids strategici, ma erano
del tutto carenti in quelli che erano i compiti intermedi:
l'appoggio tattico con velivoli pesanti (in Normandia le cose
migliorarono un pò, come ad esempio nelle zone di Caen e di
Falaise).
Del resto, i generali delle truppe di terra avevano richiesto
l'uso di ordigni pesanti (bombe da 250 e 500 kg) che solo i
grossi bombardieri potevano portare. Questi, con i sistemi di
mira allora in dotazione (ottici, non a guida laser come oggi),
erano in grado di colpire efficacemente un'area, ma non un
obiettivo specifico come una costruzione (seppur grande).
Tra l'altro, dopo il 15 febbraio il Monastero fu stranamente
ignorato dall'aviazione Alleata, che non lo colpì più, neanche
durante l'attacco alla città di un mese dopo, così come non
colpì le quote attigue all'Abbazia stessa, proprio laddove
sarebbe invece servito, eppure a quella data l'intera area
pullulava letteralmente di soldati tedeschi.
LA RICOSTRUZIONE
Il restauro,
realizzato dal 1948 al 1956 circa, venne diretto dall'ingegnere
G. Breccia Fratadocchi, che, osteggiato dagli storici dell'arte
integralisti, nemici acerrimi del falso
antico,
realizzò una ricostruzione dell'interno dell'abbazia con spazi
ciechi e muti tra le cornici delle volte.
Si concordò
subito che l'Abbazia doveva risorgere "Com'era, dov'era e nelle
preesistenti linee architettoniche e volumetriche" sia per
un'affermazione di carattere sociale e storico, sia perchè dopo
lo sgombero delle macerie si era accertato che le fondamenta dei
vari corpi non avevano sofferto danni sensibili. Inoltre era
stato possibile recuperare molti avanzi architettonici e
frammenti decorativi preziosi.
Già nel
dicembre del 1944, il Ministro dei Lavori pubblici Ruini
dispose l'inizio dei lavori di sgombero delle macerie e la
costruzione di un edificio provvisorio per i monaci; l'anno
successivo, finalmente, i lavori ebbero inizio dopo aver risolto
il grave problema del loro finanziamento, che fu in larga parte
erogato dallo Stato italiano e in parte da donazioni private (si
ricordi a tal proposito la famosa serie delle cartoline di
Montecassino.
Il 15 marzo
1945 ebbe luogo la cerimonia della posa della prima pietra della
ricostruzione da parte del Primo Ministro Bonomi.
Tra il 1945 e
il 1946 la Commissione per lo Studio del Piano di Massima dei
lavori di ricostruzione dell'Abbazia di Montecassino esegue la
prima ricognizione delle strutture rimaste sommerse sotto le
macerie e successivamente i lavori vengono ripartiti in una
serie di lotti, suddivisi temporaneamente , la cui entità è nota
dal programma generale tecnico allegato alla relazione stilata
da uno dei componenti della Commissione per la ricostruzione di
Montecassino, Guglielmo De Angelis D'Ossat:
"1° Lotto di
lavori 45/46 - Per prima cosa si è provveduto alla costruzione
di un edificio a 200 metri dall'Abbazia per ospitarvi un primo
nucleo della comunità di 25 monaci; copertura della volta della
cisterna del cortile bramantesco; consolidamento del portale di
ingresso angolo sud-ovest.
2° Lotto in
corso nel 46 - altri sgomberi; copertura della volta della
cisterna del cortile dei benefattori, muri di sostegno e
sistemazione delle macerie. Si è calcolato che il volume delle
strutture da eseguire è di circa 225.000 metri cubi e per
ragioni tecniche e finanziarie deve essere suddivisa in lotto
secondo un ordine di precedenza che tenga conto dell'opportunità
di raggruppare le parti connesse dal punto di vista funzionale.
Viene proposta quindi questa prima suddivisione:
Da questo
prezioso documento si riesce a sapere che era stata prevista una
spesa complessiva (compresa una quota parte per eventuali
imprevisti) di 1.600.000.000 ripartita in sei esercizi dal
1947/48 al 1952/53. Con il tempo i lavori andranno avanti; nel
1950 venne terminata la facciata della Basilica, che il 25
ottobre 1964 fu riconsacrata per la quarta volta dalla sua
originaria fondazione da papa Paolo VI.
L'AVVENTURA DELLA RICOSTRUZIONE
“Italiani!
Il 15 febbraio del 1944 il vostro animo di credenti, già
lacerato da tante ferite, e sospeso per gravi ansie, sbigottiva
a una cruda notizia della radio: l’Abbazia di Montecassino –
rocca ed argine nei secoli alla ricorrente barbarie, faro alla
civiltà, gemma del mondo – era stata colpita, schiantata,
distrutta da un formidabile bombardamento. Una raffica furente
aveva atterrato in pochi istanti il più insigne edificio dello
spirito. Non una voce, che vibrasse di una pur tenue sfumatura
di sentimento e di intelletto, mancò al coro doloroso elevantesi
attorno alle alte rovine. Il venerando Abate Gregorio Diamare,
tra stenti e angustie ineffabili, intraprese risoluto i lavori
per lo sgombro della desolata pietraia e le prime opere per la
ricostruzione. Ma il saldo ottantenne, straziato da tanto
scempio, minato dalla malaria nuovamente infierente nella plaga
tornata malsana e squallida, non resse allo sforzo e al dolore:
reclinò la bianca testa; ed ora riposa, secondo che volle, fra
l’erme macerie. Così, dopo 57 anni di vita benedettina e 36 di
governo, l’Abate Gregorio Diamare dorme in pace nella Sua terra:
rigermoglierà dalle sue ossa l’Abbazia di Montecassino che, più
volte distrutta nella vicenda dei tempi, mai fu annientata.
Chiamato dalla fiducia del S. Padre e dall’appello dei Monaci
Cassinesi a succedere al mio venerando Padre e Maestro nel
governo dell’Abbazia, rivolgo un appello a tutti gli Italiani
per invitarli a cooperare nella riedificazione della millenaria
Abbazia.
Il nome di Montecassino, attraverso i secoli, è
indissolubilmente legato alla storia della Patria; e ancora una
volta lo strazio di Montecassino è simbolo e sintesi della
tragedia d’Italia.
E Montecassino sia segno e vincolo di fratellanza e di concorde
volere nella faticosa rinascita; sia espressione della gelosa
fierezza degli Italiani verso indistruttibili valori del loro
spirito e del loro genio.
Montecassino risorto sia pegno di risurrezione per la Patria,
testimonianza dell’inestinguibile vita della nostra Gente”.
Con questo appassionato “Messaggio agli Italiani” letto alla
Radio dall’abate Ildefonso Rea, il ricostruttore di
Montecassino, subito dopo la sua presa di possesso di
Montecassino avvenuta l’8 dicembre 1945, cominciava la
meravigliosa avventura della ricostruzione dell’Abbazia e delle
chiese della Diocesi Cassinese. Un ventennio di grande fervore
in ogni campo che vide risorgere più splendente di prima il
monastero. Un suggello autorevolissimo a tutto questo veniva
apposto dalla augusta visita di Paolo VI a Montecassino il 24
ottobre 1964. In quel giorno il Sommo Pontefice, accompagnato da
alcune centinaia di padri Conciliari (arcivescovi, vescovi,
abati, ecc.) – si era durante il Concilio Vaticano II - e da una
decina di cardinali, come già altre volte avevano fatto i suoi
predecessori (Alessandro II nel 1071 e Benedetto XIII nel 1727)
consacrò la ricostruita basilica e proclamò S. Benedetto
principale Patrono dell’Europa. L’abate Rea, nativo di Arpino e
monaco di Montecassino, nel 1929 era stato nominato abate della
Badia di Cava (Salerno) ed aveva retto con grande prestigio
quella celebre abbazia per oltre un quindicennio. Egli insieme
con il vescovo di Cava era stato preso, per alcuni giorni, come
ostaggio dai Tedeschi per aver ospitato nella Badia di Cava
persone non gradite alle autorità militari; ma fu trattato con
riguardo. L’abate Rea appena pochi giorni dopo la presa di
Montecassino (18 maggio 1944) da parte delle truppe polacche, ed
esattamente il 27 maggio raggiungeva da Cava con mezzi militari
la vetta di Montecassino, o meglio di ciò che era stato
Montecassino.
Non è difficile
immaginare il suo stato d’animo nel difficoltoso viaggio
“Immediatamente dopo l’occupazione alleata”. In una lettera
inviata alla Segreteria di Stato dava notizie sulle condizioni
di Montecassino dopo il passaggio della guerra. “Della
gloriosa abbazia" –
così riassumeva il Pantoni il tenore della relazione – "Non
rimane più nulla. Egli spera che sotto quelle macerie si trovi
ancora il resto di qualche muro. Ora lassù si trovano le truppe
polacche, che dichiarano di voler custodire quelle rovine finché
non sia possibile condurvi un piccolo gruppo di monaci, ciò che
l’abate dice di aver promesso di fare. Alcuni oggetti trovati
dai soldati sono stati consegnati a lui”.
E difatti l’abate Rea ritornò da Cava il 20 giugno successivo
con un monaco della Badia cavense, d. Eugenio de Palma, che
rimase da solo per una quindicina di giorni in attesa dei primi
monaci cassinesi che questa volta potevano finalmente ritornare
da Roma. Essi furono d. Agostino Saccomanno, d. Luigi De Sario e
fra Romano. La vita interrotta violentemente dalla bufera
bellica ricominciava di nuovo. Succisa virescit!
Intanto anche l’anziano abate Gregorio Diamare, che era stato
accolto nel monastero di Sant’Anselmo sull’Aventino, ritorna in
settembre per una prima visita con alcuni monaci a Montecassino
e in Diocesi. Definitivamente fece ritorno nel mese di ottobre
1944, accompagnato dal fedele don Martino Matronola, che gli
faceva da segretario; prendeva stanza prima a Valvori e poi a
Sant’Elia presso la casa canonica di don Iucci. Il Signore gli
concederà ancora un anno di vita. La gioia più grande sarà stata
quella di vedere avviati i primi passi della ricostruzione.
Potrà celebrare per la prima volta dopo la distruzione totale
della città di Cassino la festa dell’Assunta il 15 agosto 1945,
con la veneratissima statua lignea della Vergine, estratta dalla
macerie. Fu l’ultima cerimonia solenne da lui presieduta.
Neppure un mese dopo, il 6 settembre 1945 si addormentava nel
Signore, a Sant’Elia Fiumerapido. E fu sepolto a Montecassino,
immediatamente vicino all’ingresso, oltre il grande portone
“Pax”, resurrectionem expectans.
Il Leccisotti
così scriveva tra l’altro su L’Osservatore Romano in data 12
settembre 1945: “Non
l’aureo sfarzo della basilica e la solenne grandiosità dei
chiostri sono stati la cornice dei funerali di quest’Abate che,
nella serie più che millenaria dei successori di S. Benedetto,
ha avuto uno dei posti più notevoli per la lunghezza e la
densità delle vicende tristi e liete del suo governo. La
semplicità di una chiesa parrocchiale, ferita anch’essa dalla
guerra in un paese che della guerra conserva viva e vasta
l’impronta, era forse più adatta. […] Nel pomeriggio, in mesto e
trionfale corteo, la salma è stata accompagnata a Montecassino
ove riposa finalmente in pace, con i padri suoi, nell’attesa
della risurrezione gloriosa, fra quelle mura martoriate che
furono testimoni della sua laboriosa e travagliata giornata”.
Da subito a Montecassino si cominciò a ricordare ogni anno
l’anniversario della distruzione dell’abbazia con una cerimonia
semplice ma che aveva una densità di significato. La mattina con
la celebrazione eucaristica si dava alla “giornata memoriale” un
tono penitenziale e di suffragio per i caduti e le vittime della
guerra. Nel pomeriggio invece si è sempre tenuta una funzione di
ringraziamento al Signore per l’opera imponente della
ricostruzione. |