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ARCE:

LA BATTAGLIA DI MONTE GRANDE E MONTE PICCOLO

 

Valle del Liri, ultimi giorni di maggio del 1944.

Le truppe canadesi e britanniche, dopo aver rotto la Linea Hitler, liberano Roccasecca ed avanzano verso Ceprano e Frosinone.

I tedeschi sono in ritirata; le loro due linee difensive principali a sud di Roma sono state infrante in meno di dieci giorni e quella che dovrebbe essere una ritirata ordinata su posizioni prestabilite sta assumendo sempre più le dimensioni di un collasso militare.

Per evitarlo, i resti della loro X Armata devono avere il tempo di portarsi a nord di Valmontone, dove gli Alleati che attaccano dalla testa di ponte di Anzio si stanno dirigendo, per poi attestarsi su nuove posizioni intorno al lago Trasimeno, oltre la Capitale. Il loro obiettivo è quindi quello di riuscire a non rimanere intrappolati tra le forze angloamericane che hanno appena sfondato la Gustav ed avanzano lungo la Casilina e quelle che, provenendo da Anzio, tentano di tagliare la stessa statale poco sotto la Capitale.

Se questa manovra fosse riuscita, le divisioni di von Vietinghoff sarebbero rimaste chiuse in una grossa sacca senza alcuna chance di salvezza. In questo quadro globale, il comando tedesco decide di porre uno dei suoi sbarramenti all'avanzata nemica nel territorio di Arce, e precisamente su due alture denominate monte Grande e monte Piccolo, alte rispettivamente 358 e 321 metri.

Queste, poste poco prima del paese e a ridosso della strada statale Casilina (sulla sinistra rispetto a chi la percorre verso nord), sono in grado di dare a chi ne è in possesso un discreto dominio del terreno sia dal lato della statale stessa, sia dal versante opposto, quello che termina di fronte alla città di Ceprano.

Non si tratta però di una posizione di difesa vera e propria (anche perché non c'è tempo di approntare degli sbarramenti di una certa entità), bensì di una sorta di "posto di blocco" temporaneo, atto a rallentare il flusso della marea di uomini e mezzi Alleati il tempo necessario ai tedeschi per far sfilare le proprie truppe verso la statale 82 (quella che dirige a Sora passando per Fontana ed Isola del Liri).

L'ordine perentorio, emanato il 27 maggio, diventa quindi: "Tenere aperto il crocevia di Arce" all'altezza del cimitero, far defluire tutti i reparti in ritirata e poi ripiegare, sganciandosi dal combattimento. Per fare questo le forze a disposizione sono scarse: resti delle unità provate dai combattimenti di Cassino, Piedimonte, Aquino, Pontecorvo e Roccasecca, le quali stanno ripiegando più o meno ordinatamente ma risultano tuttavia disperse e disorganizzate. Viene pertanto creato un Gruppo di combattimento con uomini della 1ª Divisione paracadutisti, della 44ª Divisione fanteria e della 90ª Divisione Panzergrenadieren; a loro sarebbe toccato di rallentare l'avanzata Alleata, sapendo bene che il nemico avanzava ovunque: di fronte e sui fianchi (gli indiani ed i neozelandesi sulla direttrice Castrocielo-Roccasecca superiore-Atina-Casalvieri; gli inglesi lungo la Casilina; i canadesi nella valle del Liri e i francesi sulla direttrice Esperia - Pico – San Giovanni Incarico).

Il 26 Maggio quindi, i Paracadutisti fanno saltare il “Ponte Proibito”, situato sulla Casilina tra Colfelice ed Arce; in tal modo si spera di evitare che i carri inglesi riescano a dare appoggio alle proprie truppe. Subito dopo, aliquote di due Compagnie molto decimate si posizionano sui due rilievi, in attesa del nemico. Queste saranno poi rinforzate da gruppi di soldati inviati alla spicciolata, appartenenti a unità frammentatesi durante il ripiegamento. Lo scontro inizia nel pomeriggio del 27 maggio. Vanno all'attacco i fanti delle “Welsh Guards” e delle “Coldstreams Guards”; i primi verso monte Grande ed i secondi verso monte Piccolo. Questi ultimi sono più fortunati e riescono a giungere fin sulla cima della collina, ma trovatisi esposti all'immancabile contrattacco tedesco, nonché al fuoco dei mortai dei Paracadutisti, si vedono costretti ad abbandonarla. Il giorno dopo l'assalto viene rinnovato. Poco dopo la mezzanotte un violento fuoco di artiglieria inglese colpisce le due colline fino a poco prima delle 04:00, poi ancora due battaglioni delle “Welsh” e delle “Goldstreams” si lanciano avanti.

Alle prime luci dell'alba entrambe le quote sono in mano degli inglesi, ma i tedeschi non hanno alcuna intenzione di mollare e contrattaccano ancora una volta, costringendoli a ripiegare nuovamente.

A quel punto un certo nervosismo inizia ad impadronirsi degli uomini della 78ª Divisione britannica; essi sanno che pochi chilometri oltre c'è il bivio di Arce, dal quale stanno transitando senza sosta colonne tedesche in ripiegamento e vogliono precludere al nemico la possibilità di sganciarsi dal combattimento. Il 28 maggio un terzo attacco viene portato verso le due collinette ai bordi della Casilina. Dalle 09:00 alle 11:00 quasi tutta l'artiglieria reggimentale colpisce i tedeschi annidati sulle quote, causando molte perdite soprattutto a fronte del fatto che il terreno sulle cime non è adatto a ripararsi da un fuoco così violento. Alle 19:15 finalmente le “Goldstreams Guards” conquistano la cima di monte Piccolo, resistendo stavolta ad un flebile contrattacco dei tedeschi, i quali comunque hanno già iniziato lentamente a ripiegare (alle 03:00 della notte, infatti, una pattuglia delle “Welsh Guards” riferisce che il monte Grande è libero dal nemico). Il mattino successivo, verso le 08:45, i primi soldati britannici entrano ad Arce e finalmente riescono a "chiudere" il crocevia del cimitero. L'ultimo carro armato tedesco che tenta di passare viene distrutto nel punto esatto dove oggi sorge la fermata della linea degli autobus diretti a Ceprano e Frosinone. La zona viene poi rastrellata a fondo alla ricerca di nemici sbandati. Dopo i combattimenti, sui versanti delle due colline, vengono contati 90 morti tedeschi. Una decina sono invece i prigionieri.

I RICORDI DI GENEROSO PISTILLI SULLA DISTRUZIONE DEI PONTI FERROVIARI

Dalle memorie di Generoso Pistilli, un maestro di Fontana Liri, i sabotaggi eseguiti dai tedeschi sui ponti ferroviari della linea ferroviaria Roccasecca - Avezzano.

“Alle prime ore pomeridiane del 28 maggio, prima lontani e poi sempre più vicini, si udivano potenti scoppi di mine: erano i guastatori tedeschi che procedevano a far saltare uno dopo l’altro le stazioni, i caselli ferroviari, gli imbocchi delle gallerie e i ponti della tratta ferroviaria Roccasecca - Avezzano, già da vari giorni minati.

Si trattò di danni veramente ingenti e tutto ciò ad opera di due soli tedeschi, che per tutto il tempo, percorrendo il tragitto a piedi, agirono indisturbati. Fecero saltare in aria anche il ponte delle sette luci (a sette arcate), costruito con grossi blocchi di pietre calcaree bugnate.

Una scena indimenticabile: i binari con le traverse erano sospesi in aria, ancorati da una parte e dall’altra sui fianchi laterali della gola. Si salvò solo il poderoso e alto ponte della stazione ferroviaria, sulla strada per Fontana Liri Superiore, pure esso già minato (è visibile ancora la buca nel pilone ove era stato collocato l’esplosivo). Esso non fu fatto saltare solo per permettere la ritirata delle poche truppe tedesche che fino alla fine avevano ostacolato e ritardato l’avanzata Alleata. Non distanti da noi, osservammo i due soldati tedeschi che, a passo lento e fucile in spalla, discendevano lentamente verso il fondovalle”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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