Le truppe canadesi e britanniche, dopo
aver rotto la Linea Hitler, liberano
Roccasecca ed avanzano verso Ceprano e
Frosinone.
I
tedeschi sono in ritirata; le loro due
linee difensive principali a sud di Roma
sono state infrante in meno di dieci
giorni e quella che dovrebbe essere una
ritirata ordinata su posizioni
prestabilite sta assumendo sempre più le
dimensioni di un collasso militare.
Per evitarlo, i resti della loro X
Armata devono avere il tempo di portarsi
a nord di Valmontone, dove gli Alleati
che attaccano dalla testa di ponte di
Anzio si stanno dirigendo, per poi
attestarsi su nuove posizioni intorno al
lago Trasimeno, oltre la Capitale. Il
loro obiettivo è quindi quello di
riuscire a non rimanere intrappolati tra
le forze angloamericane che hanno appena
sfondato la Gustav ed avanzano lungo la
Casilina e quelle che, provenendo da
Anzio, tentano di tagliare la stessa
statale poco sotto la Capitale.
Se questa manovra fosse riuscita, le
divisioni di von Vietinghoff sarebbero
rimaste chiuse in una grossa sacca senza
alcuna chance di salvezza. In questo
quadro globale, il comando tedesco
decide di porre uno dei suoi sbarramenti
all'avanzata nemica nel territorio di
Arce, e precisamente su due alture
denominate monte Grande e monte Piccolo,
alte rispettivamente 358 e 321 metri.
Queste, poste poco prima del paese e a
ridosso della strada statale Casilina
(sulla sinistra rispetto a chi la
percorre verso nord), sono in grado di
dare a chi ne è in possesso un discreto
dominio del terreno sia dal lato della
statale stessa, sia dal versante
opposto, quello che termina di fronte
alla città di Ceprano.
Non si tratta però di una posizione di
difesa vera e propria (anche perché non
c'è tempo di approntare degli
sbarramenti di una certa entità), bensì
di una sorta di "posto di blocco"
temporaneo, atto a rallentare il flusso
della marea di uomini e mezzi Alleati il
tempo necessario ai tedeschi per far
sfilare le proprie truppe verso la
statale 82 (quella che dirige a Sora
passando per Fontana ed Isola del Liri).
L'ordine perentorio, emanato il 27
maggio, diventa quindi: "Tenere aperto
il crocevia di Arce" all'altezza del
cimitero, far defluire tutti i reparti
in ritirata e poi ripiegare,
sganciandosi dal combattimento. Per fare
questo le forze a disposizione sono
scarse: resti delle unità provate dai
combattimenti di Cassino, Piedimonte,
Aquino, Pontecorvo e Roccasecca, le
quali stanno ripiegando più o meno
ordinatamente ma risultano tuttavia
disperse e disorganizzate. Viene
pertanto creato un Gruppo di
combattimento con uomini della 1ª
Divisione paracadutisti, della 44ª
Divisione fanteria e della 90ª Divisione
Panzergrenadieren; a loro sarebbe
toccato di rallentare l'avanzata
Alleata, sapendo bene che il nemico
avanzava ovunque: di fronte e sui
fianchi (gli indiani ed i neozelandesi
sulla direttrice Castrocielo-Roccasecca
superiore-Atina-Casalvieri; gli inglesi
lungo la Casilina; i canadesi nella
valle del Liri e i francesi sulla
direttrice Esperia - Pico – San Giovanni
Incarico).
Il 26 Maggio quindi, i Paracadutisti
fanno saltare il “Ponte Proibito”,
situato sulla Casilina tra Colfelice ed
Arce; in tal modo si spera di evitare
che i carri inglesi riescano a dare
appoggio alle proprie truppe. Subito
dopo, aliquote di due Compagnie molto
decimate si posizionano sui due rilievi,
in attesa del nemico. Queste saranno poi
rinforzate da gruppi di soldati inviati
alla spicciolata, appartenenti a unità
frammentatesi durante il ripiegamento.
Lo scontro inizia nel pomeriggio del 27
maggio. Vanno all'attacco i fanti delle
“Welsh Guards” e delle “Coldstreams
Guards”; i primi verso monte Grande ed i
secondi verso monte Piccolo. Questi
ultimi sono più fortunati e riescono a
giungere fin sulla cima della collina,
ma trovatisi esposti all'immancabile
contrattacco tedesco, nonché al fuoco
dei mortai dei Paracadutisti, si vedono
costretti ad abbandonarla. Il giorno
dopo l'assalto viene rinnovato. Poco
dopo la mezzanotte un violento fuoco di
artiglieria inglese colpisce le due
colline fino a poco prima delle 04:00,
poi ancora due battaglioni delle “Welsh”
e delle “Goldstreams” si lanciano
avanti.
Alle prime luci dell'alba entrambe le
quote sono in mano degli inglesi, ma i
tedeschi non hanno alcuna intenzione di
mollare e contrattaccano ancora una
volta, costringendoli a ripiegare
nuovamente.
A quel punto un certo nervosismo inizia
ad impadronirsi degli uomini della 78ª
Divisione britannica; essi sanno che
pochi chilometri oltre c'è il bivio di
Arce, dal quale stanno transitando senza
sosta colonne tedesche in ripiegamento e
vogliono precludere al nemico la
possibilità di sganciarsi dal
combattimento. Il 28 maggio un terzo
attacco viene portato verso le due
collinette ai bordi della Casilina.
Dalle 09:00 alle 11:00 quasi tutta
l'artiglieria reggimentale colpisce i
tedeschi annidati sulle quote, causando
molte perdite soprattutto a fronte del
fatto che il terreno sulle cime non è
adatto a ripararsi da un fuoco così
violento. Alle 19:15 finalmente le
“Goldstreams Guards” conquistano la cima
di monte Piccolo, resistendo stavolta ad
un flebile contrattacco dei tedeschi, i
quali comunque hanno già iniziato
lentamente a ripiegare (alle 03:00 della
notte, infatti, una pattuglia delle
“Welsh Guards” riferisce che il monte
Grande è libero dal nemico). Il mattino
successivo, verso le 08:45, i primi
soldati britannici entrano ad Arce e
finalmente riescono a "chiudere" il
crocevia del cimitero. L'ultimo carro
armato tedesco che tenta di passare
viene distrutto nel punto esatto dove
oggi sorge la fermata della linea degli
autobus diretti a Ceprano e Frosinone.
La zona viene poi rastrellata a fondo
alla ricerca di nemici sbandati. Dopo i
combattimenti, sui versanti delle due
colline, vengono contati 90 morti
tedeschi. Una decina sono invece i
prigionieri.
I RICORDI DI GENEROSO PISTILLI SULLA
DISTRUZIONE DEI PONTI FERROVIARI
Dalle memorie di Generoso Pistilli, un
maestro di Fontana Liri, i sabotaggi
eseguiti dai tedeschi sui ponti
ferroviari della linea ferroviaria
Roccasecca - Avezzano.
“Alle prime ore pomeridiane del 28
maggio, prima lontani e poi sempre più
vicini, si udivano potenti scoppi di
mine: erano i guastatori tedeschi che
procedevano a far saltare uno dopo
l’altro le stazioni, i caselli
ferroviari, gli imbocchi delle gallerie
e i ponti della tratta ferroviaria
Roccasecca - Avezzano, già da vari
giorni minati.
Si trattò di danni veramente ingenti e
tutto ciò ad opera di due soli tedeschi,
che per tutto il tempo, percorrendo il
tragitto a piedi, agirono indisturbati.
Fecero saltare in aria anche il ponte
delle sette luci (a sette arcate),
costruito con grossi blocchi di pietre
calcaree bugnate.
Una scena indimenticabile: i binari con
le traverse erano sospesi in aria,
ancorati da una parte e dall’altra sui
fianchi laterali della gola. Si salvò
solo il poderoso e alto ponte della
stazione ferroviaria, sulla strada per
Fontana Liri Superiore, pure esso già
minato (è visibile ancora la buca nel
pilone ove era stato collocato
l’esplosivo). Esso non fu fatto saltare
solo per permettere la ritirata delle
poche truppe tedesche che fino alla fine
avevano ostacolato e ritardato
l’avanzata Alleata. Non distanti da noi,
osservammo i due soldati tedeschi che, a
passo lento e fucile in spalla,
discendevano lentamente verso il
fondovalle”.