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DOPO LA BATTAGLIA: COSA RIMANE

 

INTRODUZIONE

La guerra è passata su Cassino ottant’anni fa come un enorme rullo compressore, cancellandola totalmente, riportandola al suo “anno zero”.

Credo che nessuno, prima di quei giorni, poteva prevedere che questa piccola città di provincia sarebbe diventata il punto focale dove centinaia di migliaia di uomini stavano per scontrarsi... eppure è accaduto; la guerra è arrivata, si è fermata per quattro mesi e poi è scivolata via, più avanti, verso nuove città da devastare. Guardando oggi le foto risalenti alla battaglia e al periodo immediatamente successivo, si stenta a credere che i moderni palazzi e le vie dell’odierna Cassino poggino su quello che, nel maggio del 1944, era un unico, immane cumulo di macerie... eppure è accaduto anche questo: Cassino è rinata, ha saputo ripartire ed uscire da quella “dimensione zero” in cui la guerra l’aveva ricacciata.

Con la città ormai saldamente in mano britannica, Cassino assume sempre più le sembianze di un enorme crocevia di passaggio per un fiume di uomini, mezzi e rifornimenti diretti a nord, dove la battaglia infuria ancora. Affinché ciò possa avvenire senza dare il minimo intralcio, si deve provvedere quanto prima a sgombrare le strade dal mare di macerie che lo ricopre.

Centinaia di genieri e decine di mezzi meccanici vengono allora destinati a questa faticosa opera: c’è da colmare le voragini aperte dalle bombe nei mesi precedenti, recuperare i cadaveri che sono rimasti sotto i detriti e nei campi adiacenti, sminare ettari di terreno dalle mine e dalle trappole esplosive lasciate a migliaia (per anni dopo la guerra si conteranno le vittime di questi malefici ordigni).

Questa attività frenetica consente, già ai primi di giugno 1944, la circolazione con una certa sicurezza attraverso l’unica via percorribile della città, anche se non è ancora concesso ai civili cassinati di ritornare alle proprie abitazioni... o a quello che ne resta.

 

UN MLITARE BRITANNICO RICORDA

Quello che segue è un brano tratto dal diario personale di Jack Cassidy, un militare britannico che svolgeva funzioni di autista di camion. Egli passò per Cassino il 1° giugno 1944. “Percorro le strade di Cassino. Nulla è rimasto in piedi nella città, che è tutta butterata da buche di bombe. Non esiste un solo muro integro e ci sono grossi rischi nel rimuovere i morti da sotto le macerie a causa della presenza di un grosso numero di trappole esplosive”.

 

SINTESI DELLE TAPPE DI RINASCITA

Il 15 marzo del 1945 il Capo del Governo, Ivanoe Bonomi, alla presenza del sindaco Gaetano Di Biasio consacrò la rinascita di Cassino. Lo stesso giorno fu posta la prima pietra per la ricostruzione del Monastero di Montecassino (la Basilica fu poi consacrata da Papa Paolo VI il 24ottobre 1964).

Il piano di ricostruzione della città, che fu elaborato dal Prof. Giuseppe Nicolosi e approvato con D.M. 2843 del 21 Novembre 1946, adottava il criterio del recupero delle aree e strutture scampate alla distruzione (con eccezione della zona montana della "Costa").

Notevole fu, in questo periodo, il contributo dell'E.RI.CAS. (Ente per la Ricostruzione di Cassino), che fino al 1953 portò avanti il programma di ricostruzione delle opere pubbliche grazie agli aiuti governativi che giungevano copiosi. Con la ripresa delle attività anche la popolazione si incrementò e se nel censimento del 1951 risultò che a Cassino risiedevano 19.256 abitanti (quando nel 1942 la popolazione ammontava a 21.275 anime), nel giro di qualche anno essa crebbe fino a raggiungere, nel 1991, circa 35.000 persone. L'impulso maggiore al processo di industrializzazione venne però dalla politica di sviluppo che vide l'inclusione della provincia di Frosinone tra le zone che beneficiarono degli interventi straordinari della Cassa per il Mezzogiorno.

Nel 1955, per opera del senatore Piercarlo Restagno, nacque la Banca Popolare del Cassinate. Nel 1960 aprì il casello di Cassino sull'Autostrada del Sole (odierna A1). Nel 1964 iniziò la costruzione, su un’area di 19 ettari, dell'insediamento dell'80° Battaglione "Roma" per l'addestramento delle reclute. Nel 1972 lo stabilimento Fiat incominciò la produzione, occupando circa 10.000 dipendenti. Il 3 aprile 1979, da un istituto pareggiato di Magistero, si passò all'istituzione dell'Università statale di Cassino che oggi conta numerosi studenti iscritti alle varie facoltà.

 

COSA RIMANE

Nonostante tutti questi anni trascorsi dalla battaglia la Cassino di oggi, rinata sulle macerie della città distrutta in quei tragici mesi del 1944, conserva ancora molte tracce del passaggio della guerra. Alcune di esse sono visibili lungo le sue vie e sulle creste che la circondano o nelle zone limitrofe; per le altre, quelle invisibili perché celate nell’animo dei suoi abitanti superstiti di quei giorni e ancora viventi, non esiste foto che le possa rappresentare.

Queste ultime sono purtroppo destinate ad essere cancellate dal tempo; ma sarebbe bello poterle conservare per sempre vive, mantenendo inalterata quella memoria che non vuole e non deve andare perduta.

Avventurandosi lungo i pendii dello sperone di Montecassino o percorrendo i sentieri interni di quello che fu, nel 1944, un unico immenso campo di battaglia, non è raro imbattersi in residuati bellici di ogni tipo. Alcuni di essi sono ormai corrosi dal tempo e dalla ruggine, ma tanti altri possono essere ancora molto pericolosi se maneggiati dagli occasionali escursionisti o dai numerosi “cacciatori di souvenir” che spesso si recano su quelle alture.

Spesso infatti, nel corso dei purtroppo frequenti incendi boschivi che si verificano più o meno spontaneamente nella zona, è quasi normale avvertire gli scoppi di questi ordigni; segno evidente della loro pericolosità. L’invito che voglio rivolgere a chi legge e che magari frequentando quelle aree si imbatte in tali ordigni è quello di non toccarli assolutamente e di segnalarne la presenza alle Autorità.

 

CONSIDERAZIONI FINALI

Con la conquista di Roma da parte Alleata, potevano definitivamente considerarsi terminate le operazioni che avevano caratterizzato l'andamento della guerra in Italia a partire dall'inizio del 1944 e che sono generalmente definite con il nome di "battaglia di Cassino". A questo punto si dava inizio alla seconda fase della Campagna militare, ovvero quella che avrebbe dovuto portare alla conquista della parte settentrionale del Paese. Ma tornando a ciò che è accaduto a Cassino, cercherò di rispondere ad alcune delle domande che spesso mi vengono fatte.

Una di queste è senz’altro: fu davvero necessario quel tremendo stillicidio di uomini e risorse materiali all'ombra dell'Abbazia? Ebbe in qualche modo questo un peso nell'economia globale del conflitto? Oggi, con il senno di poi, si potrebbe rispondere che forse quella battaglia poteva essere evitata, ma altrettanto realisticamente ci si dovrebbe preparare ad un confronto con la Storia mettendo in dubbio l'intera utilità della Campagna d'Italia. Io non voglio avere la presunzione di arrivare a tanto, però posso certamente stilare un'analisi basata sui fatti e sulle cifre che, spero, renderà più chiari i motivi di certe scelte fatte sul campo e darà almeno una motivazione (semmai ce ne siano, parlando di guerra) alla morte di migliaia e migliaia di militari e civili.

 

SI POTEVA EVITARE LA BATTAGLIA DI CASSINO?

E' difficile rispondere ad una domanda del genere, specie se prima di cimentarsi in questa ardua opera non si scinde il particolare momento militare nei due aspetti fondamentali che lo compongono: quello strategico e quello tattico.

Prenderò quindi in esame l'andamento delle operazioni come se guardassi la cartina d'Italia attraverso una lente di ingrandimento, avvicinandomi mano a mano al punto focale della nostra trattazione: Cassino. Strategicamente parlando e come già detto, la decisione di passare per Cassino fu indirettamente presa dagli Alleati nel momento in cui decisero di sbarcare in Sicilia, nel luglio 1943.

A quell'epoca non era infatti ipotizzabile alcun altro tipo di attacco all'Italia, essendo tutte le altre potenziali zone di sbarco troppo al di là del raggio d'azione dell'aviazione angloamericana la quale, di conseguenza, si sarebbe trovata nell'impossibilità di coprire le proprie truppe a terra.

Ma una volta conquistata l'isola, un mese dopo, era ovvio che la prossima mossa sarebbe stata quella di invadere il continente dalla Calabria per poi dirigersi a nord. Tuttavia nessuno tra i due contendenti, in quella torrida estate che segnò la storia del nostro Paese con la caduta di Mussolini e la firma dell'armistizio, immaginava ancora di dover sostenere sei mesi più tardi un aspro scontro come quello di Cassino. Il pensiero Alleato dominante infatti (ma forse sarebbe più opportuno chiamarla speranza) era costituito dall'idea che, usciti gli italiani dalla guerra e con il nemico a poca distanza da Napoli, i tedeschi si sarebbero ritirati lungo lo stivale per organizzare la difesa del Reich più a nord secondo quelle che erano le teorie del Feldmaresciallo Erwin Rommel, il quale cercava nel frattempo di convincere Hitler sulla necessità di una mossa del genere.

Se tali idee fossero state accettate (cosa possibile fino ad un certo punto della Campagna italiana, ma diventata poi di difficile attuazione, dato che esse prevedevano una ritirata di vaste proporzioni e Hitler aveva un’insana idiosincrasia a mosse del genere), Cassino sarebbe rimasta al massimo un importante punto di passaggio delle truppe Alleate verso Roma e non sarebbe mai salita all'attenzione delle cronache mondiali.

Fermandomi qui, potrei dire che una battaglia così dura poteva essere evitata, ma ciò sarebbe accaduto solo a fronte di una considerazione tutta strategica, nella quale entravano in gioco la perdita o l'acquisizione di territori vastissimi e aspetti politici, militari e di prestigio dalle proporzioni enormi.

Come sappiamo bene invece, passò il piano di Kesselring, fervente fautore della difesa di ogni metro d'Italia e, specificatamente, della Capitale Roma. E’ proprio con la nomina di quest’ultimo, nel novembre del 1943, a comandante supremo di tutte le truppe tedesche presenti sul nostro suolo che possiamo tranquillamente identificare l'attimo in cui si decide che lo scontro più cruento si sarebbe svolto proprio all’imbocco della valle del Liri. Questo momento identifica anche una sorta di "passaggio di stato" della guerra in Italia, la quale si sviluppò da qui in avanti esclusivamente sotto il profilo tattico per tutta la sua durata, fino alla fine delle ostilità nell'aprile del 1945.

Ora, e solo ora, dopo aver esplorato questo altro tassello storico, la risposta che darei alla domanda iniziale di questo paragrafo cambia nettamente. No, la battaglia di Cassino non si poteva evitare, perché una volta deciso da parte tedesca di irrigidire la resistenza, questo luogo veniva ad acquisire tre componenti fondamentali per loro: era troppo perfetto per instaurare una difesa a sud di Roma; si prestava come nessun altro punto d'Italia al ruolo di "enorme blocco stradale" all'avanzata Alleata e perché era l'unico e ultimo posto dove davvero la Capitale poteva essere salvata.

 

MODI E LUOGHI SBAGLIATI

Abbiamo quindi appena visto come, alla fin fine, questa battaglia fosse inevitabile ed in qualche maniera tracciata nel destino di questa città prima ancora che venisse combattuta.

Ma, appurato ciò, un altro dubbio potrebbe sorgere in chi si avvicina allo studio di questo importante pezzo di storia d'Italia: era possibile combatterla in un modo diverso, tale che le sofferenze di militari e civili e le distruzioni da essa apportate fossero ridotte al minimo? La risposta, data con il senno di poi come sempre quando si parla di storia militare, è stavolta affermativa. Si, sarebbe stato possibile indirizzare le operazioni militari verso un orientamento tattico diverso da quello invece seguito e, nella fattispecie, poteva essere evitato lo scontro frontale con le difese tedesche là dove queste erano più forti, ovvero proprio nella valle del Liri.

Il lettore ricorderà infatti che fin dal gennaio del 1944, all'epoca del primo sanguinoso assalto alla Linea Gustav, il generale francese Juin (che aveva il suo Corpo di Spedizione sul lato destro del fronte di avanzata Alleato) aveva proposto al generale Clark una direttrice di attacco che si snodava attraverso le montagne con obiettivo la conca di Atina. Egli stimava, a ragione, che proprio in tale settore le difese tedesche fossero ancora relativamente deboli e contava di superarle abbastanza agevolmente, piegando poi a "tagliarle" per irrompere alle loro spalle.

In questo modo il baluardo di Cassino avrebbe perso la sua importanza e ai tedeschi non sarebbe rimasto altro da fare che ritirarsi, o essere accerchiati ed annientati. Clark, ancora scosso per il disastro sul Rapido, non vedeva di buon occhio questo piano; nonostante tutto lo autorizzò in una configurazione ridotta, dando prima il suo assenso all'assalto francese verso il monte Cifalco e ordinando poi al generale francese di deviare la sua spinta verso il Castellone, quindi ancora una volta verso le difese tedesche più coriacee.

Fu un errore, perché in quel momento i soldati coloniali di Juin avevano già iniziato la scalata al Cifalco e dovettero invece abbandonare questo proposito per assaltare direttamente la Gustav, arrestandosi per naturale esaurimento fisico e materiale sul colle Belvedere, dove rimasero inchiodati per oltre due mesi.

Il Corpo di Spedizione Francese di Juin quindi poteva essere "la chiave" per aprire la porta della valle del Liri già in gennaio, ma questa chiave venne solo infilata nella serratura; non fu girata, anzi, fu subito sfilata per andare ad essere inserita in altre porte che in quel momento non avrebbe mai potuto aprire.

 

ANZIO POTEVA RAPPRESENTARE LA SVOLTA?

Un altro momento di potenziale svolta delle operazioni militari a Cassino fu senza dubbio rappresentato dall’audace sbarco di Anzio. Il piano era senz'altro valido, perché se fosse riuscito Cassino, Montecassino e l'intera Linea Gustav da Gaeta ad Ortona sarebbero divenuti un unico enorme monumento all'inutilità militare. Ma questa azione poté contare inizialmente su due sole divisioni (36.000 uomini, di cui poco più della metà i combattenti); troppo poche per sperare di aprirsi un varco verso la Capitale lungo un territorio che, sebbene inizialmente sgombro da importanti formazioni nemiche, sarebbe diventato a breve saturo di uomini e mezzi corazzati della Wehrmacht, le quali avrebbero potuto stringere (e lo fecero) la testa di sbarco come un cappio mortale (nel momento topico dei contrattacchi lanciati dai tedeschi, questi ultimi avevano sul campo circa 100.000 uomini).

I detrattori del generale Lucas, comandante delle forze sbarcate sul litorale laziale, gli addebitano difetti come lo scarso entusiasmo per l'operazione in sé ed un'eccessiva prudenza; tutte caratteristiche che, a loro avviso, gli impedirono di "cogliere l'attimo" e puntare direttamente sulla Capitale nel momento in cui le sue truppe avevano di fronte solo alcun sparuti reparti nemici mandati in quella zona a riposare.

Questa particolarità nel suo atteggiamento può anche essere accettata da noi posteri, in quanto facente parte del profilo caratteriale del personaggio; siamo però d'altra parte fermamente convinti che Lucas fece tutto quanto nelle sue possibilità (e con le forze che aveva a disposizione) al fine di perseguire gli obiettivi che gli erano stati assegnati: risultare una spina nel fianco dello schieramento tedesco e distogliere truppe dalla Linea Gustav.

Se riuscì solo nel primo intento e non nel secondo, forse è più per demerito delle forze Alleate davanti a Cassino e per merito della sapiente disposizione delle riserve tedesche (perfettamente organizzate da Kesselring), che per mancanze sue proprie. Lucas ebbe la sfortuna di trovarsi a fare una valutazione, come qualsiasi comandante è spesso chiamato a fare… e la sbagliò.

Parimenti, a Cassino in tanti sbagliarono le proprie valutazioni (Freyberg, Tuker, lo stesso Clark) e con conseguenze spesso ancora più gravi, ma nessuno fu sostituito in malo modo così come lo fu Lucas, alla fine di febbraio del 1944.

 

CONCLUSIONI

A questo punto è chiaro che la risposta che ho cercato di dare può essere così sintetizzata: la battaglia di Cassino non poteva essere evitata in alcun modo; essa poteva essere però affrontata in maniera diversa se solo il gruppo eterogeneo di comandanti sul campo fosse stato più coeso e se gli stessi si fossero dimostrati a loro volta più inclini ad ascoltare idee che venivano da altri. Lo fecero in due sole occasioni: quando Freyberg pretese il bombardamento del Monastero e quando, sempre Freyberg, richiese la distruzione a tappeto della città di Cassino... e fu ambedue le volte un disastro.

Al di là di questo tuttavia, non mi sento di mettere in dubbio la loro abilità nel condurre la battaglia, visto che posso comprendere le condizioni in cui spesso ciò venne fatto.

Superare Cassino divenne, ad un certo punto delle operazioni, una “vittoria impellente”, che doveva essere acquisita perché erano in gioco il prestigio e la credibilità Alleate. Ciò influì non poco su talune decisioni che oggi potrebbero essere definite “affrettate”, ma che ottant’anni fa ebbero probabilmente una loro motivazione. A maggior ragione, non può essere in alcun modo messo in discussione il valore dei semplici soldati che si trovarono a combattere quella battaglia, in quanto sovente compirono le loro gesta in condizioni assolutamente proibitive, assaltando a testa bassa roccaforti nemiche preparate da mesi ed in posizioni dominanti il campo di battaglia.

Per quanto riguarda i difensori tedeschi, essi si limitarono a fare l’unica cosa loro possibile una volta deciso di tenere chiusa la porta per Roma: difendersi appunto. Lo fecero al meglio della loro condizione, con tenacia, con abilità e con coraggio, soccombendo solo a fronte di una manifesta inferiorità materiale e a fronte di una valutazione errata sulla capacità delle truppe francesi di superare l’ostacolo naturale dei monti Aurunci. Le truppe di Kesselring ressero l’urto di due Armate nemiche per quasi cinque mesi e con nel cuore di molti la consapevolezza che la guerra che stavano combattendo era ormai perduta. Eppure anche essi, al pari di coloro che avevano di fronte, obbedirono agli ordini ricevuti e moltissimi rimasero su quelle cime per sempre.

Questo, credo, rimane oggi della battaglia di Cassino: quel senso del dovere che impregnò entrambi gli schieramenti, capace di far superare prove dalle difficoltà immani e che non abbandonò mai i soldati, nemmeno nei momenti più difficili. Esso aleggia ancora sulla Cassino odierna e sulle migliaia di tombe dei suoi cimiteri di guerra, a conferma del fatto che la guerra non produce mai gloria, ma solo un enorme senso di pietà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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