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LUNGO LA CASILINA:
L’ALTRA ONDA DELLA MAREA
 

Negli ultimi giorni di maggio del 1944, quindi dopo lo sfondamento delle Linee “Gustav” e “Hitler”, le linee di avanzata Alleate nella Valle del Liri erano ormai ben quattro.

All’estrema destra del fronte di attacco, i neozelandesi si muovevano lungo l’asse Atina-Sora, mentre al centro gli indiani, i Maori e altre truppe neozelandesi avanzavano lungo la Statale 82 puntando anch’essi su Sora attraverso Fontana Liri ed Isola del Liri.

All’estrema sinistra, i francesi del Corpo di Spedizione del generale Juin si facevano largo tra i monti e, dopo aver preso Pico e San Giovanni Incarico, puntavano su Pastena e Ceccano stando attenti a non sconfinare nel territorio di Ceprano, assegnato invece alle truppe canadesi.

Al centro, le divisioni inglesi e canadesi, superata la linea difensiva tedesca in prossimità del Fiume Melfa e vinta la resistenza nemica in prossimità di Arce, avevano proseguito lungo la Casilina e attraverso le campagne tra Pontecorvo e Roccasecca, puntando su Ceprano e Frosinone.

I tedeschi in zona, sempre più stretti nella morsa di questa grande tenaglia, cercavano disperatamente di tenere aperti i corridoi lungo i quali passava la loro ritirata opponendo azioni di retroguardia, mentre il grosso delle loro truppe procedeva speditamente verso nord. Kesselring aveva un’ultima possibilità di rallentare l’avanzata dell’VIII Armata intorno a Ceprano, dove il fiume Liri procedeva in modo quasi parallelo alla statale 82, mentre la Valle del Sacco continuava attraverso Ceccano in direzione di Valmontone. Ma le sue truppe erano ormai troppo frammentate sul terreno e nella foga della ritirata spesso una data unità non sapeva dove fosse l’altra a proteggere i suoi fianchi… e se ci fosse effettivamente qualcuno a proteggerli.

Anche se era ormai chiaro che i tedeschi non avrebbero potuto rallentare più di tanto la marea Alleata, era divenuto vitale accelerare la ritirata della X Armata lungo la Casilina, la Strada Statale 82 e attraverso i monti Simbruini, in modo da evitare di rimanere imbottigliati nel “grande sacco” che gli Alleati stavano preparando a Valmontone.

Così, mentre le divisioni mobili della Wehrmacht continuavano la loro corsa verso nord nel disperato tentativo di sottrarsi alla disfatta, piccole retroguardie votate all’annientamento totale combattevano una lotta disperata contro forze incommensurabilmente superiori, nel tentativo di trattenere le divisioni Alleate che ormai sciamavano letteralmente nella Valle del Liri e sui monti circostanti. Il Corpo di spedizione francese, che avanzava su due colonne verso nord-ovest, era prossimo a raggiungere Ceccano il 28 maggio; lo stesso giorno cadde anche Ceprano. Pofi venne invece occupata il 29 dai canadesi, che il 1° giugno conquistarono anche Frosinone.

FINALMENTE ROMA...

Dopo 11 mesi di combattimenti durissimi, costati la vita a migliaia e migliaia di soldati e di civili, finalmente il 4 giugno 1944 le truppe Alleate si affacciarono alla periferia di Roma mentre gli ultimi tedeschi abbandonavano la città, lasciandosi dietro solo alcune unità di retroguardia con compiti di disturbo. Il frutto di tanti sforzi, agognato per mesi quando ancora si combatteva sulle propaggini rocciose di Montecassino o nel fango di Anzio, era ora nelle mani dei soldati della V Armata americana e dell’VIII Armata britannica, che sfilavano nelle strade della Città Eterna fra ali di folla festante.

Per descrivere quali fossero i sentimenti della gente comune quel giorno, vale la pena di riportare un brano tratto dal libro “Oggi è caduta Roma”, di R.H. Adleman e G.Walton: “…Roma intera sembrò risorgere alla vita. Parole e risate riempirono le strade, applausi e grida accompagnavano dappertutto la marcia delle truppe. Molti uomini e donne non riuscivano più a vedere attraverso le lacrime di gioia. La folla si arrampicava sui carri armati per abbracciare gli equipaggi, gettava fiori, baciava i soldati. Le donne più anziane singhiozzavano, tutti si facevano avanti con vino, frutta e qualsiasi cosa potesse rappresentare un dono. Fu un’accoglienza quale nessuno di quei giovani della V Armata aveva mai conosciuto.

Gli italiani esprimevano la loro gratitudine, in uno slancio quasi isterico, gettandosi in così gran numero fra i carri armati e le jeeps con una foga tale da rendere difficile la marcia.

Naturalmente, dopo mesi di guerra fra il fango e le rovine, l’eccitazione di quei soldati al vedere i bei viali di Roma era quasi altrettanto grande. Sudici, in disordine, con le uniformi incrostate dal fango delle montagne, quei ragazzi scoprivano quanto fosse piacevole e di loro gusto la parte dell’eroe e del conquistatore.

Tutta Roma, quel giorno, li salutò come liberatori, con evidente e genuina sincerità. Molti giovani soldati si persero quella notte in compagnia di una signorina dal cuore grato e adorante, oppure accolti in una famiglia italiana, dove poterono dormire per la prima volta da molti mesi, fra lenzuola pulite e su un materasso soffice”.

Paradossalmente, fu quella degli Alleati però una “vittoria monca”, nel senso che il Generale americano Clark decise di non seguire il piano originario di chiudere la via della ritirata tedesca presso Valmontone, tagliando la strada alla X Armata che si ritirava dalla Valle del Liri.

Egli preferì invece deviare verso nord (quindi verso Roma) la direttrice di avanzata, lasciando di conseguenza i tedeschi liberi di defluire oltre la Città Eterna.

In questo modo, decine di migliaia di soldati tedeschi e le loro dotazioni riuscirono a salvarsi, andando a formare poi altre linee di difesa nell’Italia centro-settentrionale che nei mesi successivi avrebbero imposto agli Alleati un nuovo e continuo contributo di sangue.

Da sempre, eminenti storici e analisti, cercano di comprendere il motivo di questa decisione, analizzando anche la particolare psicologia del comandante della V Armata americana, un uomo e un ufficiale molto attento alla propria immagine e poco incline ad addossarsi le colpe dei propri errori.

La conclusione a cui in molti sono arrivati è che di lì a pochi giorni si sarebbe verificato lo sbarco in Normandia e il fronte italiano, Roma compresa, sarebbe diventato secondario; tutta l’attenzione dei media di allora si sarebbe spostata sulle coste francesi.

Entrare a Roma prima dello sbarco gli avrebbe assicurato almeno un paio di giorni di notorietà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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